Di Franco Cordelli

 

Privo di intenzione, ai limiti del disincantato, ossia scettico come uno spettatore mai è - prima di un "evento", quasi fosse una battaglia ed egli dovesse schierarsi in qualità di guerriero, come parte di quella tenzone -, infine puro, d'una "purezza angelica", che crede di aver raccolto dal titolo dello spettacolo, Angeli sulla città- così mi sono addentrato nelle strade, nei vicoli, nelle piazze e nelle piazzette della labirintica, insospettabile, sconosciuta, magica Rieti. In anni che appaiono remoti, sempre condotti per mano dell'Atcl, a Rieti eravamo già stati, addirittura in qualità di giudici in un concorso per giovani attrici, "Dodici donne". Quel concorso, a ripensarci, ci aveva confinati al teatro Flavio Vespasiano. È dal teatro che invece si parte - si esce. Sappiamo soltando che attraverseremo la città, che lo spettacolo è un iniziatico viaggio. Ma già alla prima stazione ogni disincanto si volatilizza, non posso parlare che in prima persona, ne ho l'obbligo. Mi assale un lieve senso di colpa, che s'accrescerà nel tempo, oltre i limiti dello spettacolo.

Angeli sulla città è una produzione del Teatro Potlach: che il Potlach esiste, e che è una creatura di Pino Di Buduo (e di Daniela Regnoli), lo so dal principio. Era, mi racconterà più tardi Pino, il 1976. Scopriamo d'essere un pò coetanei (lui è più giovane di me), e d'aver avuto in comune una parte del cammino iniziale. Pino Di Buduo aveva studiato al San Leone Magno e, appassionato di antropologia, s'era laureato con una tesi su Ernesto De martino. Non pensava al teatro, al teatro lo portò proprio l'antropologia, i suoi professori, Alberto Mario Cirese e Diego Campitella. Decise che avrebbe fatto teatro solo se riusciva a farlo dove non lo si fa. Si stabilì a Fara Sabina, dove tuttora è, e si diede un anno di tempo. Se in un anno ce la faccio a vivere di teatro, di teatro vivrò. A leggere ora, quasi quarant'anni dopo, l'attività del Potlach, in Italia e nel mondo (Iran, Brasile, Messico, Germania, India, Francia, Finlandia, Palestina), nella piena consapevolezza di non aver visto niente di tutto ciò che il Potlach ha fatto, come non sentirsi in colpa?

Mi chiedo perchè ciò sia accaduto, e la risposta è semplice. Negli anni Settanta si contrapponevano due teatri, il tradizionale e l'avanguardia. Grotowski e Barba furono il vessillo del Terzo Teatro. Noi che parteggiavamo per l'avanguardia, con questo Terzo Teatro, che vantava i suoi fanatici, in specie i professori, non avevamo niente a che fare. A parte poche eccezioni (appunto, i maestri) ce ne disinteressavamo in "modo militante", ossia deliberato. Che ce ne importava del teatro pedagogico, folclorico, antico; del Potlach e degli altri italiani nel campo? Non ne sapevamo niente o molto poco e non ne volevamo sapere di più - poichè così vanno le cose del mondo, o della storia. Ecco perchè sono smarrito, non ho penna, non ho carta, non ho macchina fotografica. Come trattenere ciò che vedo? Come raccontare? Non ho che la memoria - che è però memoria dello Straordinario. La prima stazione è come il faro di Blackwater, avvisa i naviganti, li attira e li spinge oltre, verso un'altra direzione. È una donna su trampoli altissimi, fasciata da un bianco velo. Poi una giovinetta tenta di scalare un muro; una terza donna, nella luce di un balcone, ci dice qualcosa - che non capisco; una scalinata è tutta ricoperta da un telo che sembra insanguinato; una nuova scalinata si nasconde in una sua federa sgualcita; due cavalli, lungo quella strada in erta salita, si allontanano spronati dai loro cavalieri; un giovane e un vecchio giocano a scacchi seduti su un'asse, da finestra a finestra; in fondo a un lungo viottolo, che noi scorgiamo da lontano, duellano due spadaccini.; una seconda climber su un muro tutto giallo pretende improvvisare un passo di danza sospesa nel vuoto; un violoncellista, trafitto da una luce azzurrina, è laggiù, in una cantina - neanche Rieti (penso) fosse Praga: profonda o alta, in cima a quel palazzo c'è un vero angelo con le sue luminose ali. Arriviamo all'ultima stazione, è il cortile retrostante la chiesa di San Francesco: su quel prato due donne bellissime, di fronte a un monumento della civiltà occidentale, iniziano un'instancabile, che non finisce mai, danza orientale. Era tutto senza filo conduttore, senza nessi (visibili), autosufficente - ed era un Tutto onniavvolgente, emerso dal buio della città, dal fondo della notte - dalla potenza nero-luminosa di quei sogni che al risveglio temiamo di dimenticare e corriamo allora ad appuntarli, a raccontarli a chi dorma vicino a noi; al primo, se viviamo soli, che incontreremo.

Rieti, agosto 2013

 

 

 

|L'articolo, comparso per la prima volta sul Corriere della sera del 12 agosto 2013, è stato poi riportato nel libro Declinio del teatro di regia di Franco Cordelli, in cui sono raccolti (come si legge dalla quarta di copertina) "81 articoli usciti sul Corriere della sera tra il 1998 e il 2013, tutti dedicati a registi contemporanei italiani o stranieri, prendendosi la responsabilità di indicare gli spettacoli più significativi degli anni Zero".